Il cammino e il pellegrino – Brano tratto dal capitolo “Il fuoco”

Battistero di S. Giovanni a Firenze

Battistero di S. Giovanni

La notte trema di cennamelle, zufoli e ribeche, di bisbigli, di lamenti e sospiri striscianti lungo i muri all’ombra dei cavalcavia, di scampanii, di risate e urla che si mischiano, s’impastano, lievitano nell’aria surriscaldata dai fuochi d’allegrezza e greve di fumo e di puzzo del sego che brucia nei “pannelli”, le grandi padelle di terracotta che fiammeggiano in cima alle torri, ai tetti e ai campanili. Fiorenza pulsa lasciva nella notte del suo santo e tolta la pudica veste cristiana, danza nuda avvolta in fiamme. Per le arterie delle sue vie si trascinano demoni antichi che solleticano sotto le vesti la pelle verginale delle fanciulle, infondendo loro strane voglie, mentre uomini sconosciuti si aggirano, spronati da Priapo e gonfi di vino. Le campane suoneranno fino all’alba per fermare il volo delle streghe che solcano i cieli sghignazzando aggrappate a un manico di scopa, ma ogni resistenza è inutile: gli antichi dei sono tornati, hanno confinato i santi nelle chiese e si sono impadroniti delle strade. Fiammetta guarda la chiesa di Sant’Andrea che si abbandona sul fianco dell’arco pagano che la sovrasta, come una donna innamorata; Guido le ha preso una mano e lei sente il richiamo dolce del palmo virile salirle lungo il braccio fino al capezzolo e un impulso irresistibile la spinge verso di lui, le labbra schiuse, palpitanti; Guido si affretta verso il resto della brigata che già passa accanto alla massiccia torre degli Elisei e s’inoltra nella piazza del mercato, lasciandoli dietro.
La piazza brucia nei suoi falò. Il suono dei cembali rimbomba sul lastricato, trema nelle caviglie, richiama lontani echi nel profondo minerale delle ossa; i polsi e i respiri accelerano. Il popolo minuto balla intorno alle fiamme sfrenati rigoletti. Uomini nerboruti con le gambe nude, donne coperte di umili guarnelli, i volti congestionati dall’eccitazione e dal caldo, si contorcono in risate convulse contaminate da pensieri animaleschi. E il tam tam dei tamburi che scuote e la calura che dà alla testa e il fumo che annerisce l’aria e nasconde le stelle. La città è diventata incandescente. Il vento fa tremolare le fiamme nei pannelli che si alzano sui supporti verso l’alto come braccia che esibiscano la barbara offerta a un dio solare. La vita ha perso ogni freno, trionfa grandiosa e scomposta come una menade, corre con rabbiosa gioia in vertiginosi girotondi che chiudono la piazza in un’atmosfera allucinata. Guido osserva con sorriso ebete il groviglio d’istinti scatenati che urla il suo omaggio inconsapevole al solstizio d’estate e passa un braccio attorno alle spalle di Fiammetta come per proteggerla, ma la trova così arrendevole che ha paura e torna a prenderle la mano.
Fiammetta vede tutto come attraverso un cristallo, le sembra di essersi smarrita sola con Guido in un paese straniero, il sangue batte nelle tempie al ritmo dei tamburi, si sente preda di una strana vertigine, di un languore che rende lenti e incerti i suoi passi. Si sono fermati davanti a un falò che sta spegnendosi: una vecchia lo alimenta con scope e fascine aiutata da alcuni ragazzini, il fuoco ringrazia con crepitii gioiosi e sbocciare di scintille, il legno muore e le vampe crescono, fuggono verso l’alto e sventolano come pennoni rovesciati. Fiammetta sente bruciare il viso, non è il fuoco delle fascine che riscalda la pelle delle sue gote fino a darle questa sensazione di piccole spine che penetrano nella carne, è un altro fuoco che non sa dove sia né da cosa prenda origine, alza gli occhi e, attraverso le fiamme che s’impennano, trova lo sguardo. Sono gli occhi di un uomo stranamente velato che la guardano. Lei non potrebbe definire questo sguardo che la riempie d’inquietudine e la placa, come un balsamo che bruciasse e guarisse al tempo stesso. Fiammetta distoglie gli occhi, confusa. Chi è lo sconosciuto, uno straniero? Con quello strano velo che gli nasconde alquanto il volto che a lei è sembrato tanto bello, ma come sia il suo volto realmente non potrebbe dirlo, ritorna a guardarlo, vuole vederlo bene, vuole sapere di che colore sono le pupille che hanno il potere di commuoverla, ma lui non c’è più, lo cerca tra la folla, non può essersi allontanato così in fretta, non può confondersi tra la gente, il suo bianco velo lo tradirebbe. Una mano prende la sua rudemente e la trascina, lei si aggrappa a Guido che a sua volta è trascinato, un ragazzotto sorridente la sta integrando al cerchio che si forma attorno al fuoco rinato. Un suonatore di cennamella si piazza vicino e marca il ritmo, comincia il girotondo; più che ballare si corre e si salta come i capretti saltellano nel prato, così, perché la gioia di essere in questo mondo è tanta. Fiammetta, sulle prime un po’ allarmata, si lascia poi trasportare da questa esultanza che sembra trasmettersi di mano in mano come una catena di energia circolare. Tutti cantano, anche lei canta, non conosce le parole della canzone e non riesce a capirle, ma la melodia le è nota, solo che con altri versi, e allora lei canta le parole che conosce e si diverte a sentirle mischiarsi alle altre e perdersi nella generale confusione. Vede il ragazzotto ridere, anche Guido ride e la ragazza che lo tiene per mano e lo mangia con gli occhi, ride. Il ritmo accelera, accelera, ormai non si tocca quasi il pavimento, si lievita, si vola intorno al fuoco come le streghe; le due mani virili sostengono Fiammetta, una è dura, villosa e aspra, ha sentore di fucina, di martello che piega il ferro e lo informa, l’altra è forte e amabile come il trebbiano, profuma d’inchiostro e pergamena. Oh che pozione versano queste mani, attraverso l’epidermide, nelle vene che fa sentire il corpo aereo, uccello notturno che si libra lassù tra le stelle… Il canto è finito, il furioso girare rallenta momentaneamente, prima di attaccare un’altra canzone; Guido e Fiammetta ne approfittano per svincolarsi, il ragazzotto guarda arditamente la fanciulla sfidando la più che probabile ira del cavaliere, ma Guido non se ne cura, vuole solo allontanarsi; Fiammetta gli sorride, gli occhi del ragazzotto mandano scintille, come il fuoco.
La danza li ha allontanati dal loro gruppo e non lo ritrovano. Guido quasi trascina Fiammetta che si guarda attorno senza saper bene chi cerca. Guido vorrebbe fuggire da quest’ansia crescente, da questo struggimento che gli opprime il petto, la testa; sa che l’urgenza è tale da rendere inutile ogni lotta e per questo quasi corre alla ricerca degli amici, di Lapo, che potranno salvarlo e impedirgli di fare quello che sta facendo: sta prendendo Fiammetta tra le braccia e schiacciandola selvaggiamente contro di sé. Non trova alcuna resistenza, il corpo della fanciulla gli si offre, schietto e morbido, il suo alito, nonostante l’abbuffata, profuma come quello dei bambini, lui annega nella polpa fresca della sua bocca, con la lingua schiude le labbra inesperte, s’insinua tra i denti candidamente serrati, accarezza l’altra piccola lingua così tenera e succosa; s’infiamma, vorrebbe frugare dentro la bocca adorata, dentro questa caverna di zucchero, umida e tiepida, fino a raggiungere l’angolino incantato dove, fantastica, si nasconde l’anima sensitiva della fanciulla e leccarla. L’anima di Fiammetta deve essere bianca e tonda come una ciotola di blasmangieri. Brividi freddi come colubri percorrono il suo corpo che sta perdendo ogni controllo e si annidano stimolanti negli inguini; sente il sesso pulsare attraversato da formicolii sottili, lo sente gonfiarsi innocente e cieco come un cucciolo appena nato che cerchi latte….

Brano tratto da pag. 189

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Informazioni su Gladis Alicia Pereyra

Gladis Alicia Pereyra è nata in Argentina da madre italiana e padre argentino, vive e lavora a Roma dal 1973. Ha pubblicato il romanzo “Il cammino e il pellegrino” (Manni 2011). Nello stesso anno, il romanzo è stato finalista al Premio Italia Medievale, promosso dall’Associazione Italia Medievale e medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica e nel 2012 al Premio Firenze. Il manoscritto di questo romanzo ha fatto parte della cinquina finalista del Premio Letterario all’inedito Palazzo al Bosco. Nel 2012, un suo racconto “Il suicidio” è stato premiato nel XX Concorso Letterario Internazionale indetto dall’Accademia Letteraria Italo – Australiana Scrittori, A.L.I.A.S. di Melbourne. La sua monografia “Storia e storie della cucina argentina” fa parte del volume “Piante cibo del mondo” a cura di Mimma Pallavicini, pubblicato a settembre 2014, in occasione della XIV Edizione di Murabilia – Murainfiore mostra botanica che si svolge annualmente a Lucca. Scrive articoli e piccoli saggi di storia medievale per la rivista on-line dell’Associazione Culturale Clara Maffei e collabora con il sito dell’Associazione Culturale Italia Medievale. Nel 2015 è uscito il suo nuovo romanzo “I panni del saracino” edito da Piero Manni Editori. E-mail: pereyra.gladis@gmail.com Web: www.gladisaliciapereyra.it
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