I panni del saracino – Brano tratto dal capitolo “La fuga”

La fuga

guillaume_de_clermontIl suo cuore rullava come un tamburo. Era un’eco tardiva dei tamburi saraceni che avevano invaso la città il giorno prima. Il suo cuore pulsava impazzito nella gola, nelle tempie, nello stomaco; il sangue portava il caotico rimbombo fino alle ultime cellule, ma lui non si fermava. Con le mani convulsamente serrate sui lembi del saio, il frate correva. Le sue bianche gambe villose saltavano gli ostacoli d’istinto, senza vederli. Non vedeva neppure le strade che percorreva. Le strade familiari ora divenute estranee, trasfigurate dalla morte che aveva lasciato ben chiari i segni del suo passaggio, segni che lui non vedeva. Lui soltanto correva e correva, con le narici dilatate e la bocca semiaperta, succhiando avidamente l’aria insana che gli lasciava un sapore dolciastro nella gola. Lo spingeva l’istinto. L’istinto della preda braccata nella savana. Ogni muscolo, ogni nervo, ogni tendine era teso e vibrante nello sforzo. Pensava con il corpo, con la ribellione della sua giovinezza davanti alla fine violenta e prematura. La ragione taceva, sprofondata nella paura. Si era lanciato contro quella torma uscita dall’inferno, accecata dall’odio e dalla brama di sangue. Aveva urtato metallo, solo metallo, cercando un varco per fuggire, mentre il palazzo del Tempio precipitava su assediati e assedianti, mentre le pietre ricoprivano il corpo terreo e rigido del Gran Maestro. La speranza era già crollata il giorno prima, vicino alla Cittadella, quando Beaujeu, colpito da una freccia, si era accasciato incitando ancora alla lotta i suoi Templari. Il Gran Maestro era morto come era vissuto, dando ordini. <<La mia morte>> ripeteva, con la voce divenuta flebile e roca nell’agonia <<non deve fermare il contrattacco>>. Ma i suoi cavalieri, disorientati, per la prima volta non avevano obbedito, rendendo inevitabile la catastrofe. Il frate continuava la sua corsa senza meta. Correva per allontanarsi, non per arrivare, lui non aveva più un posto dove arrivare, la città non era più sua, non era più cristiana. Il piede affondò in una sostanza viscosa e il francescano scivolò per un bel pezzo con il corpo che si piegava pericolosamente all’indietro e le braccia che annaspavano cercando un appiglio. Un muro frenò violentemente la caduta e lui rimase stordito guardandosi attorno senza nulla vedere. Piano piano le immagini s’impressero sulle sue retine e il cervello fu costretto a prendere atto della scena circostante. Era scivolato su del sangue coagulato, ma non ancora secco. Con cautela si alzò un poco la tonaca e si guardò i piedi: i sandali erano imbrattati e anche le dita e l’orlo posteriore del saio gli si attaccava umidiccio alle caviglie. Vicino giaceva un corpo senza testa, era la fontanella che aveva provveduto a formare la pozzanghera scivolosa che lo aveva fermato. Più avanti la via era interrotta dal tendone che una volta la proteggeva dal sole e che ora pendeva strappato, coperto di polvere e di macchie brunastre. Attraverso il buco lasciato dal tendone lacero entrava l’ultima luce del pomeriggio. Era un raggio solitario che, diritto come una lancia, si scagliava contro una strana piramide, alta non più di tre piedi e larga quanto metà della strada. Il francescano la contemplò a lungo con occhi attoniti. Qualcuno si era divertito a ordinare in quel mostruoso corpo geometrico le teste che, sicuramente, prima erano sparse lungo la via. Paralizzato in mezzo alla pozzanghera il frate sentì il lento risveglio dei sensi. Dopo la vista, l’odorato gli mandò informazioni sull’orrore che era caduto sul quartiere pisano. Sì, ora riconosceva il luogo: era la via del forno dei pisani il cui ingresso non si vedeva perché nascosto dal tendone strappato. La via odorava sempre di pane e la domenica anche dei cibi per il pranzo festivo, che i vicini portavano a cuocere nel forno comunale. Adesso un puzzo denso si levava dalla strada deserta. Il puzzo della morte che penetrava nelle narici e s’incollava alla gola con quel sapore dolciastro che lui vagamente aveva percepito mentre correva. Si meravigliò del silenzio. Oltre al violento rimbombo del cuore non sentiva suoni. Faticosamente si scostò dal muro e con passi malfermi si avvicinò alla piramide. I visi avevano tutti un colore verdastro e dalle bocche scendevano croste brune. Alcuni tenevano gli occhi chiusi, sembrava dormissero; altri invece avevano occhi e bocca spalancati e l’urlo vibrava ancora nelle gole troncate. Erano volti giovani e vecchi, tutti maschili, o quasi tutti. Al vertice della piramide c’era la testa di una giovane; i lunghi capelli biondissimi impastati di sangue, scendevano pietosi nascondendo una parte delle teste. Il francescano riconobbe il volto, che sembrava contratto in una smorfia di fierezza, era quello di Maddalena, una delle non poche donne che avevano combattuto, fianco a fianco, con i Templari. Il frate sentì la sua paura diventare fredda. La paura calda che aveva provocato quel ribollimento interno che aveva messo ali ai suoi piedi, cedeva il posto all’altra paura, quella paralizzante, quella dei condannati che aspettano inermi il colpo del carnefice.

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Informazioni su Gladis Alicia Pereyra

Gladis Alicia Pereyra è nata in Argentina da madre italiana e padre argentino, vive e lavora a Roma dal 1973. Ha pubblicato il romanzo “Il cammino e il pellegrino” (Manni 2011). Nello stesso anno, il romanzo è stato finalista al Premio Italia Medievale, promosso dall’Associazione Italia Medievale e medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica e nel 2012 al Premio Firenze. Il manoscritto di questo romanzo ha fatto parte della cinquina finalista del Premio Letterario all’inedito Palazzo al Bosco. Nel 2012, un suo racconto “Il suicidio” è stato premiato nel XX Concorso Letterario Internazionale indetto dall’Accademia Letteraria Italo – Australiana Scrittori, A.L.I.A.S. di Melbourne. La sua monografia “Storia e storie della cucina argentina” fa parte del volume “Piante cibo del mondo” a cura di Mimma Pallavicini, pubblicato a settembre 2014, in occasione della XIV Edizione di Murabilia – Murainfiore mostra botanica che si svolge annualmente a Lucca. Scrive articoli e piccoli saggi di storia medievale per la rivista on-line dell’Associazione Culturale Clara Maffei e collabora con il sito dell’Associazione Culturale Italia Medievale. Nel 2015 è uscito il suo nuovo romanzo “I panni del saracino” edito da Piero Manni Editori. E-mail: pereyra.gladis@gmail.com Web: www.gladisaliciapereyra.it
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