La conquista di Costantinopoli

 

LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI

LA QUARTA CROCIATA

I PREPARATIVI 

  Bonifacio di Monferrato nominato comandante della crociata

    Il conte Tibaldo III di Champagne morì il 24 maggio 1201, stroncato da una febbre tifoidea, poco dopo il rientro di Villehardouin da Venezia. Lasciava alla moglie Bianca di Navarra una figlioletta di un anno di nome Maria, in grembo Tibaldo IV futuro re poeta di Navarra e la reggenza del suo feudo. Fu una perdita molto sentita poiché il conte, nonostante la giovane età, godeva di molto prestigio tra i crociati; con la sua morte sorse il problema di trovare un uomo, altrettanto prestigioso, in grado di sostituirlo al comando della crociata. I primi a essere interpellati a questo proposito furono il duca Eudes di Borgogna e il conte di Bar-le-Duc e davanti al loro rifiuto di accettare l’incarico si tenne alla fine del mese, sempre a Soissons, un nuovo parlamento per valutare altri possibili candidati. Villehardouin, dopo una lunga discussione, riuscì a convincere i conti e i baroni presenti che l’uomo che cercavano era Bonifacio I Marchese di Monferrato e si decise d’inviare ambasciatori nel suo feudo. Bonifacio accolse favorevolmente la richiesta dei crociati e non si fece attendere; alla fine dell’estate arrivò nella Champagne attraverso la Francia dove venne ricevuto con grandi onori specialmente dal re, suo cugino. Per ascoltare la risposta del marchese, fu subito convocato un parlamento che si riunì nell’abbazia di Nostra Signora Santa Maria di Soissons. Non priva di significato fu la scelta di quell’abbazia benedettina il cui interno ospitava la tomba di Saint Drausin, santo protettore di coloro che combattono gli infedeli. Il parlamento si tenne nei giardini, dato il gran numero di nobili e pellegrini crociati accorsi per sapere se, finalmente, questo gran Signore venuto dall’Italia, le cui gesta cantavano i trovatori, avrebbe acconsentito a diventare il nuovo condottiero. Bonifacio, come tutti si aspettavano, accettò di prendere gli uomini e il denaro -cinquanta mila libre, secondo il cronista Robert de Clary- destinati alla spedizione dal defunto conte Tibaldo e di porsi al suo posto alla guida dell’esercito. Tra i partecipanti  c’erano Balduino di Fiandre, Luigi di Blois e Chartres, Matteo di Montmorency e l’immancabile maresciallo Goffredo di Villehardouin. Più tardi, nella chiesa di Notre Dame, il vescovo di Soissons e Folco di Nueilly cucirono la croce sulla spalla del marchese.

  Alla fine di settembre, ritornando nel Monferrato dopo aver assistito al capitolo di Citeaux, Bonifacio deviò verso l’Alsazia e si recò a far visita al suo amico e sovrano Filippo di Svevia e rimase fino a Natale nel palazzo di Hagenau in compagnia del re e di sua moglie Irene, figlia dell’accecato Isacco II Angelo, deposto imperatore di Bisanzio. L’eventualità di conquistare Costantinopoli con l’esercito di cui era stato appena investito capitano, non poteva far parte delle intenzioni del marchese dal momento che, secondo i patti firmati con Venezia, il passaggio in Egitto si sarebbe compiuto via mare e non attraverso l’Europa orientale e i Balcani. Questo percorso nella III crociata aveva portato Federico I Barbarossa  e il suo esercito alle porte di Bisanzio creando sconcerto e ansia tra gli abitanti, soprattutto nell’imperatore Isacco II il quale non aveva la coscienza troppo pulita, dopo certi accordi presi con il Saladino per rallentare la marcia della crociata, accordi che destarono grande indignazione in Europa. L’imperatore germanico non aveva ceduto alla tentazione di assalire Costantinopoli e, nonostante il suo inveterato odio verso i bizantini e la slealtà di Isacco, si era limitato a costringerlo a fornire navi, scorte e vettovaglie per attraversare l’Asia minore. In Bonifacio l’idea di una possibile conquista di Costantinopoli si presentò più tardi, quando alla corte sveva  arrivò il non ancora ventenne principe Alessio Angelo.

   Il giovane Alessio era figlio di Isacco II, quindi cognato di Filippo, era fuggito da Costantinopoli a bordo di una nave pisana e venuto in Occidente a cercare appoggi per recuperare il trono strappato al padre di cui si riteneva il legittimo erede.  Sul trono bizantino sedeva allora Alessio III, fratello maggiore di Isacco II al quale aveva usurpato il trono, fatto accecare e rinchiuso in un palazzo sul Corno d’Oro, vicino al porto di Costantinopoli. Secondo il racconto dello storico bizantino Niceta Coniate, l’usurpatore concesse al nipote Alessio la libertà di muoversi liberamente nella città, prerogativa di cui il giovane seppe avvalersi per stabilire contatti con il conte Ranieri di Segolari e Ildebrando Famigliari, illustri membri della colonia pisana nella capitale bizantina. In un primo momento le amicizie pisane permisero al principe di inviare lettere alla sorella Irene con la richiesta di soccorso, ma in seguito pensò bene di sfruttare la complicità dei pisani per tentare la fuga in Europa con il proposito di chiedere aiuto. L’occasione propizia si presentò quando lo zio Alessio III lo volle con sé nella spedizione contro Manuele Kamytzes. Servendosi della libertà di muoversi ovunque, dopo aver preso accordi con il padrone di una grossa nave tonda pisana che partendo da Costantinopoli verso Occidente avrebbe fatto scalo ad Aulonia sull’Ellesponto (i Dardanelli), il giovane Alessio si allontanò dall’esercito dello zio e si recò ad Atira dove il pisano mandò un caicco a prenderlo. Al fine di non destare sospetti, il caicco caricò sabbia per essere usata come zavorra dalla nave e tornò a essa con a bordo il principe. Alessio III accortosi della fuga del nipote e saputo che si trovava sulla nave pisana inviò alcuni suoi uomini a riprenderlo, ma questi non riuscirono a individuarlo perché si era tagliato i capelli alla moda europea e vestiva all’usanza latina. La fuga di Alessio dovette avvenire all’inizio della campagna contro Kamitzes e dopo il 14 settembre 1201 giacché in quella data, secondo alcune fonti di storia bizantina, Alessio III si sarebbe  trovato ancora a Costantinopoli. La campagna si svolse durante l’autunno e l’inizio dell’inverno 1201; a gennaio 1202 Alessio III era di ritorno nella capitale. E’ improbabile che nei primi anni del XIII secolo una nave lasciasse il porto ad autunno inoltrato con il rischio di trovarsi in mare durante l’inverno, é perciò possibile che la fuga abbia avuto inizio tra la fine di settembre e i primi di ottobre 1201. L’arrivo di Alessio ad Ancona molto difficilmente può essere avvenuto nella primavera del 1202 come sostiene Villehardouin ed è senza dubbio più attendibile la versione secondo la quale il principe Alessio passò il Natale del 1201 a Hagenau in compagnia della sorella Irene, del suo augusto sposo e del marchese Bonifacio di Monferrato, da tre mesi nominato capo della crociata che si stava preparando.

  Se  le cose andarono in questo modo, in quel Natale a Hagenau una via per portare aiuto a Isacco II dovette obbligatoriamente essere stata vagliata e discussa dai sovrani con i loro nobili ospiti e, sicuramente, da quelle discussioni nacque e cominciò a prendere forma l’idea che l’esercito crociato ben poteva deviare verso Costantinopoli per scacciare l’usurpatore e restituire il trono al deposto imperatore, prima di recarsi in Terra Santa a liberare il Sepolcro del Signore. Dare al giovane Alessio i soccorsi che chiedeva sarebbe stata un’opera di carità cristiana e potenzialmente un buon affare; d’altra parte l’impiego della violenza poteva non essere inevitabile.

   La prospettiva di arrivare nella capitale bizantina al comando di una flotta imponente, non doveva dispiacere a Bonifacio. Conti pendenti con Bisanzio non mancavano al marchese, motivi di rancore neppure: suo fratello Ranieri era morto appena ventenne, insieme alla moglie, in circostanze poco chiare durante il regno del tiranno Andronico Comneno. Ranieri, sposato con Maria Porfirogenita figlia di Manuele I, aveva ottenuto da questi il titolo di Cesare e un feudo a Tessalonica  di cui forse Bonifacio intendeva rivendicare i diritti. Corrado, l’altro fratello -a cui Bonifacio era succeduto nel marchesato- era stato un alto funzionario di Isacco II che gli aveva dato in moglie la sorella Teodora e lo aveva insignito del titolo di Cesare; più tardi, caduto in disgrazia, era dovuto partire per la Terra Santa dove morì assassinato qualche tempo dopo aver contratto -aspirando alla corona gerosolimitana- le controverse nozze con Isabella d’Angiò,  figlia ed erede del re di Gerusalemme.

   Risultato di quel Natale a Hagenau fu il viaggio a Roma del giovane Alessio Angelo che arrivò nel febbraio del 1202 per esporre a Innocenzo la sua situazione e quella del padre e chiedergli aiuto -un’altra versione vuole che Alessio sia andato dal papa direttamente da Ancona, ma è da ritenersi poco probabile che non abbia voluto cercare il consiglio e l’appoggio della sorella e di Filippo di Svevia, prima d’incontrare il Pontefice-. Innocenzo manteneva da tempo un regolare carteggio con l’usurpatore Alessio III nel tentativo di persuaderlo a unire le chiese di Oriente e Occidente sotto l’unica autorità del papa e aveva trovato nel suo interlocutore una certa disponibilità a raggiungere  un accordo. La posizione di Alessio sul trono usurpato al fratello non era delle più sicure e avere come alleato il potente Apostolo di Roma poteva tornargli molto utile, soprattutto se si teneva conto che nella lotta per la legittimazione della corona germanica Innocenzo preferiva il guelfo Ottone IV di Brunswick al suo rivale Filippo di Svevia, acerrimo nemico di Alessio. Innocenzo e il basileus avevano dunque entrambi interesse a mantenere un rapporto amichevole. Il giovane Alessio non aveva potere alcuno per mettere in forse quell’amicizia, anzi non aveva potere in senso lato. Innocenzo, adducendo a sostegno del suo diniego il fatto che Isacco II non aveva avuto il trono per diritto ereditario e quindi non poteva  trasmetterlo al suo erede, congedò a mani vuote l’inopportuno postulante. Il papa, probabilmente, si comportò con un po’ di leggerezza e sottovalutò il fatto che il principe Alessio aveva l’appoggio del cognato, Filippo di Svevia -già scomunicato da Innocenzo-, il quale a sua volta poteva fare affidamento sull’amicizia del marchese di Monferrato, novello condottiero della crociata. Fedele alla dottrina cosiddetta “delle due spade” di Bernardo di Chiaravalle,  secondo la quale potere spirituale e temporale si uniscono nelle mani del pontefice che tuttavia può servirsi personalmente soltanto del primo mentre esercita l’altro tramite i principi  laici, Innocenzo non dubitò, nonostante la nomina di Bonifacio I a capo della spedizione non incontrasse la sua totale approvazione, che il marchese avrebbe guidato la crociata seguendo i criteri che lui, il papa, gli avrebbe imposto. Il marchese, il doge veneziano e i baroni crociati gli avrebbero dimostrato come in materia di potere la pratica prevale inevitabilmente sulla teoria e Innocenzo si sarebbe trovato nella scomoda posizione di doversi adeguare all’operato dei suoi condottieri. Quella spiacevole esperienza era ancora a venire e quando, qualche tempo dopo la partenza del giovane Alessio, Innocenzo ricevette Bonifacio, si trovò davanti un cavaliere devoto e in apparenza ben disposto a ubbidirgli. Il marchese non ebbe esitazioni ad accettare le disposizioni del pontefice: s’impegnò a guidare la spedizione direttamente in Terra Santa o in Egitto, a rinunciare a qualsiasi progetto di deviare verso Costantinopoli -progetto di cui il papa disse di aver già sentito parlare-, promise di non usare l’esercito crociato per fini diversi da quelli per cui era stato creato e soprattutto di non servirsene per attaccare altri cristiani. Innocenzo rimase alquanto soddisfatto dell’esito dell’incontro e Bonifacio lasciò Roma con la certezza di non poter contare   sull’approvazione del papa per l’impresa bizantina ma, come i fatti dimostrarono, per nulla persuaso di dover abbandonare il progetto.

   La data fissata per il raduno a Venezia, intanto, si avvicinava e baroni e pellegrini crociati si preparavano ad abbandonare i loro paesi. Le partenze cominciarono dopo la Pasqua del 1202 e verso la fine di maggio migliaia di cavalieri attraversarono il Moncenisio e si riversarono in Lombardia per raggiungere la Serenissima. Baldovino di Fiandra -stando al racconto di   Villehardouin- prima di lasciare il suo feudo insieme al fratello Enrico, inviò alcune navi con una flotta che partì dalle Fiandre comandata da Giovanni di Nesle, castellano di Bruges, da Nicola di Mailly e da Thierry, figlio del conte Filippo di Fiandra. La flotta era ricca e ben equipaggiata e contava numerose navi  su cui viaggiavano molti gentiluomini armati. I capitani avevano giurato sul vangelo di raggiungere Baldovino e l’esercito crociato a Venezia o in qualsiasi luogo si trovassero; al conte quel giuramento era bastato per affidare loro le sue navi con a bordo i suoi migliori sergenti e un importante carico di vesti, vettovaglie e altre cose utili alla spedizione. La flotta, malgrado il giuramento, si fermò a Marsiglia e non arrivò mai a Venezia: cominciavano così le defezioni che furono all’origine della serie di avvenimenti che culminarono con la conquista di Costantinopoli.

Continua

Gladis Alicia Pereyra

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’Associazione Culturale Clara Maffei
il 7 marzo 2007

 

 

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Informazioni su Gladis Alicia Pereyra

Gladis Alicia Pereyra è nata in Argentina da madre italiana e padre argentino, vive e lavora a Roma dal 1973. Ha pubblicato il romanzo “Il cammino e il pellegrino” (Manni 2011). Nello stesso anno, il romanzo è stato finalista al Premio Italia Medievale, promosso dall’Associazione Italia Medievale e medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica e nel 2012 al Premio Firenze. Il manoscritto di questo romanzo ha fatto parte della cinquina finalista del Premio Letterario all’inedito Palazzo al Bosco. Nel 2012, un suo racconto “Il suicidio” è stato premiato nel XX Concorso Letterario Internazionale indetto dall’Accademia Letteraria Italo – Australiana Scrittori, A.L.I.A.S. di Melbourne. La sua monografia “Storia e storie della cucina argentina” fa parte del volume “Piante cibo del mondo” a cura di Mimma Pallavicini, pubblicato a settembre 2014, in occasione della XIV Edizione di Murabilia – Murainfiore mostra botanica che si svolge annualmente a Lucca. Scrive articoli e piccoli saggi di storia medievale per la rivista on-line dell’Associazione Culturale Clara Maffei e collabora con il sito dell’Associazione Culturale Italia Medievale. Nel 2015 è uscito il suo nuovo romanzo “I panni del saracino” edito da Piero Manni Editori. E-mail: pereyra.gladis@gmail.com Web: www.gladisaliciapereyra.it
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