Biografia

Gladis e Matilde

Gladis e Matilde

Sono nata a Cruz del Eje, una cittadina della provincia di Cordoba in Argentina. Mia madre era figlia di italiani; mio padre, un giornalista argentino di ascendenza basca, morì prima del mio secondo compleanno. Sono cresciuta a Cordoba in una famiglia di sole donne: mia madre, due sorelle molto più anziane di me e mia nonna materna: fu lei a insegnarmi ad amare l’Italia. Era nata a Sartirana Lomellina in provincia di Pavia e i ricordi del paese dell’infanzia che mi raccontava come fossero delle fiabe, destarono in me il desiderio di “ritornare” nella terra di origine. Finito il liceo, per colpa di effimeri entusiasmi giovanili, mi dedicai a studiare arte drammatica e più tardi regia cinematografica, tralasciando la scrittura che insieme alla lettura e all’interesse per la storia erano state fino ad allora – e oggi continuano a essere – realtà costanti nella mia vita.
Dopo alcune esperienze teatrali a Buenos Aires, realizzai il progetto maturato nell’infanzia e a lungo rimandato di “ritornare” in Italia. Di ritornare – senza virgolette – sentono, come me, molti figli o nipoti di emigrati, cresciuti lontani dall’Italia ma in un ambiente che ha mantenuto vive tradizioni e cultura italiane.
Contrariamente a ciò che avrebbe potuto desiderare mia nonna, non ho scelto per vivere Pavia o Milano, ma Roma. In questa città, carica di tempo e di storia, mi sento nel mio ambiente naturale.
Qualche mese dopo il mio arrivo, una borsa di studio mi permise di frequentare un corso di regia televisiva presso la RAI di Firenze. In seguito ho lavorato come assistente volontaria alla regia in un film di Franco Rossi e come fotografa per un’agenzia; nel contempo tenevo lezioni private di spagnolo. Furono anni felici ma difficili: finite le risorse portate dall’Argentina, dovevo trovare, o inventare, un lavoro che mi permettesse una certa stabilità economica. La ricerca mi condusse a scoprire la ceramica. I primi risultati furono piuttosto incoraggianti e in un tempo relativamente breve fui in grado di eseguire pezzi unici che venivano apprezzati e soprattutto si vendevano. La ceramica mi insegnò qualcosa di me che non avevo ancora capito: mi piace lavorare, creare in solitudine. Rinunciai al cinema e alla fotografia e ripresi a scrivere, in spagnolo; subito mi accorsi, però, dell’impossibilità di vivere e pensare in una lingua e scrivere nella sua sorella: se avessi scritto in tedesco, forse, la difficoltà non sarebbe esistita. Avevo iniziato a studiare italiano da adolescente, lo parlavo e lo leggevo perfettamente e, se non fosse stato per le doppie spesso e volentieri messe a sproposito, avrei anche potuto ritenere di saper scrivere, ma fare letteratura, naturalmente, era tutta un’altra storia. M’impegnai a perfezionare l’italiano: se mia sentivo questa terra dove non ero nata, mia doveva essere la sua lingua. Fu un periodo molto intenso, di lunghe e diversificate letture: letteratura, storia, antropologia, psicologia, storia delle religioni. Seguii un corso di latino presso l’Università Gregoriana di Roma e di francese presso l’Alliance Francaise. Mi preparavo, ma dubitavo di avere capacità sufficiente per affrontare con serietà la scrittura. Diventare scrittrice mi appariva un traguardo troppo in alto per le mie forze. Un Natale ricevetti in regalo I miti di creazione di Marie Louise Von Franz, quel libro mi diede la spinta, il coraggio che mi mancava e nacque il mio primo romanzo: I quattro lati del cerchio che, una volta finito, giudicai troppo sperimentale e saggiamente lasciai nel cassetto. Cominciai a lavorare a Il cammino e il pellegrino e per cinque anni frugai tra le pieghe della storia fiorentina della fine del XIII secolo per costruire la quotidianità dei miei personaggi. Il nuovo romanzo ebbe lettori di eccezione come Pietro Citati e Daniel Chavarria che lo apprezzarono e mi incoraggiarono. Fece parte della cinquina del Premio all’inedito Palazzo al Bosco e Giovanna Querci Favini, promotrice del premio, tentò senza successo di farlo pubblicare. Finito il libro, gli studi sul medioevo italiano continuarono. Intanto con alcuni amici ho fondato l’Associazione Culturale Clara Maffei di cui sono presidente. A settembre del 2009 ho finito il mio terzo romanzo: I panni del saracino. All’edizione di quell’anno di Più libri più liberi ho contattato Anna Grazia D’Oria presso lo stand della Piero Manni editori. Era la prima volta che mi rivolgevo a una casa editrice indipendente; la mia intenzione era chiedere di visionare l’ultimo romanzo. Sul momento, tuttavia, ho cambiato idea e le ho parlato di Il cammino e il pellegrino; è stato uno slancio di puro istinto. A giugno mi è arrivata la proposta di contratto che ho accettato.
Il cammino e il pellegrino è uscito nel febbraio del 2011 e mi ha dato non poche soddisfazioni. Ha fatto parte della cinquina finalista del premio Italia Medievale promosso dall’Associazione Italia Medievale e medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica; è stato anche finalista del Premio Firenze Europa indetto dal Centro Culturale Firenze – Europa “Mario Conti”. Diverse presentazioni si sono tenute in sedi prestigiose, a Roma all’Ambasciata Argentina in Italia, a Firenze a Palazzo Bastogi, una delle sedi del Consiglio della Regione Toscana, al Teatro Metastasio di Prato,e poi in molte librerie, mostre botaniche, caffè letterari e al festival Incostieraamalfitana. Presentare il mio libro mi ha portata a scoprire, superato il terrore della prima volta, che mi piace e mi diverte parlare in pubblico, e non solo, ma che riesco facilmente a catturare l’attenzione di chi ascolta, cosa che credevo di poter fare unicamente con la parola scritta, e a stabilire una corrente d’intesa, a volte persino emotiva, con gli ascoltatori. Costatare ciò mi ha ricordato che ogni nuova esperienza può rivelarci aspetti insospettati di noi stessi, nel mio caso positivi; spesso, però, di tutt’altra natura -cosa peraltro assai nota e di cui si è largamente occupata la letteratura-. Questo pensiero mi conduce al mio romanzo I panni del saracino dove una traumatica esperienza porta un pacifico francescano alla sconvolgente scoperta del gemello selvaggio e crudele che porta in sé.
I panni del saracino, comodamente adagiato dentro un cassetto della mia scrivania ha dormito un lungo sonno. Ogni tanto lo svegliavo, lo sottoponevo a controlli accuratissimi, tagliavo, aggiungevo, modificavo e alla fine lo rimettevo nel cassetto. Il suo era uno stato di coma indotto da ripensamenti. Intanto mi dedicavo a elaborare l’idea per un nuovo romanzo, a scrivere articoli e piccoli saggi di storia medievale e brevi racconti. Uno di questi racconti intitolato Il suicidio ha ottenuto una menzione di onore nel XX Concorso Letterario Internazionale indetto dall’Accademia Letteraria Italo – Australiana Scrittori, A.L.I.A.S. patrocinato dal Consolato Generale Italiano di Melbourne.
Nell’autunno del 2014 mi sono decisa a inviare il file di I panni del saracino a Daniela Lombardi, responsabile del mio ufficio stampa e cara amica, sempre disposta a spronarmi quando mi colgono momenti di sfiducia -capita anche ai più sicuri di sé e non sono tanto convinta di appartenere pienamente a questa categoria- E’ stata lei una delle persone che più ha insistito perché mi decidessi a metter fine al sonno forzato del mio romanzo. A dicembre ho consegnato il manoscritto ad Anna Grazia D’Oria, che mi ha avvertita di voler prendere del tempo per leggerlo perché voleva farlo lentamente e, invece, neanche un mese dopo mi è arrivata la sua entusiasta proposta di accoglierlo nella collana Pretesti di cui è curatrice.
Quando ho scritto I panni del saracino, in libreria dal 10 giugno 2015, non potevo immaginare che parte della storia narrata, nonostante si svolga nell’ultimo decennio del XIII secolo, sarebbe stata oggi così tragicamente attuale.

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